Fare di necessità virtù: mai come in questo momento il detto si addice alle favelas brasiliane i cui abitanti si stanno rimboccando le maniche per fronteggiare da soli l’epidemia di Covid-19, i cui effetti potrebbero essere devastanti.

Dopo settimane di negazionismo sulla crisi del nuovo coronavirus, il presidente di estrema destra Jair Bolsonaro ha finalmente riconosciuto che si tratta della “sfida maggiore” per il Paese.

Ma nelle favelas non c’è tempo di aspettare. Ultimi tra gli ultimi in Brasile, i residenti – 13 milioni di persone, il 6% della popolazione – non hanno aspettato di ricevere aiuti dallo Stato centrale, che difficilmente arriveranno in tempo per arginare i contagi.

Così le favelas – come quella di Paraisòpolis, la seconda più grande a San Paolo con 100 mila occupanti – si sono messe a fabbricare le proprie mascherine, ma anche la soluzione idroalcolica.

E non solo: hanno cominciato a raccogliere fondi per poter fare arrivare le ambulanze e creare una rete locale di solidarietà in cui ciascuno ha un ruolo ben preciso. Un vero e proprio “piano di soccorso in autogestione” per evitare che il Covid-19 colpisca gli occupanti delle piccole casupole promiscue, ammucchiate in stradine strette, in condizioni igienico-sanitarie molto precarie, spesso senza accesso all’acqua per 10 ore al giorno.

In quelle condizioni è pressoché impossibile rispettare il distanziamento sociale e le altre regole base, come il lavaggio frequente delle mani.

Una figura cruciale in questa battaglia delle favelas contro l’epidemia è il “presidente della strada”, in pratica un volontario incaricato di monitorare e dare sostegno a 50 famiglie del proprio vicinato.

Il “presidente de calle”, così si chiama, deve dare l’allarme se qualcuno presenta sintomi di Covid-19, contatta il medico in caso di necessità e sostiene i vicini nei vari aspetti della vita quotidiana.

Alla produzione di mascherine ci sta invece pensando l’Associazione della donne di Paraisòpolis: ne sono già state confezionate 50 mila e saranno distribuite progressivamente nelle prossime settimane.

L’altra sfida riguarda l’accesso al cibo: secondo stime di Ong locali, in pieno confinamento il 60% degli abitanti delle favelas di San Paolo e Rio de Janeiro ha un’autonomia alimentare per una settimana soltanto.

Così nel programma di autogestione è stata inserita anche la distribuzione di cibo da parte di associazioni di volontariato del vicinato, che abitualmente intervengono nelle favelas. Inoltre, grazie a ‘crowdfunding’ locali a Paraisòpolis sono stati raccolti circa 52 mila dollari per poter far arrivare le ambulanze del ‘Samur’ nel caso in cui un paziente debba essere ricoverato d’urgenza e per pagare i ‘pattugliamenti’ di medici che monitorano i malati, misurando febbre e somministrando ossigeno quando necessario.

Tutti servizi molto costosi ma necessari in questa fase emergenziale, in cui il picco di contagi deve ancora arrivare. In due settimane nella favela di San Paolo sono stati registrati 10 casi positivi di Covid-19, 4 i decessi sospetti e 70 persone sono state messe in quarantena.

Dal primo caso di Covid-19 registrato in Brasile, lo scorso 26 febbraio, il numero di contagi è salito a 14 mila mentre i morti sono almeno 667. A San Paolo, principale focolaio dell’epidemia, il governo regionale ha decretato la quarantena fino al 22 aprile, lasciando aperte le sole attività commerciali essenziali.

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